A colloquio col passato, La festa dell’Assunta nei ricordi degli anziani



Com’è cambiata oggi la festa dell’Assunta rispetto al passato? Quali erano i “segni della festa” al tempo dei nostri nonni? Certamente negli anni addietro la festa ricopriva un valore molto grande e il ritmo stesso della vita era scandito dall’alternarsi del tempo della festa con il tempo della ferialità. I più anziani ricordano ancora con un velo di nostalgia la costellazione di festività che marcavano le stagioni d’una volta: S. Antonio (febbraio), S. Vincenzo (aprile), S. Eurosia (giugno), l’Addolorata (settembre), S. Filomena (settembre-ottobre), ecc. Per i Venagrandesi però, la più grande di tutte le feste era senz’altro quella dell’Assunta.




La celebrazione iniziava 9 giorni prima: da Sant’Emidio fino alla vigilia, ogni giorno alle 12.00 le campane “suonavano a festa”. Le 3 campane venivano suonate a lungo in modo ritmico e combinato: la campana grande segnava il passo e le altre entravano in contrattempo. “Mette à festa”, commentava la gente. La solenne messa il mattino del 15 agosto (alla quale si partecipava digiuni dalla mezzanotte!) e la grande processione che ne seguiva costituivano il momento culminante della celebrazione. Un altro segno, che a Venagrande quasi immancabilmente accompagnava il suono delle campane, erano le note della banda che riecheggiavano per le vie del paese. La presenza della banda era avvertita come un punto d’onore per i Venagrandesi, un elemento qualificante e quasi irrinunciabile per la festa.
Si ricordano alcune occasioni in cui, non si raccolsero fondi sufficienti per pagare la banda, che allora preferì andare a suonare in altri paesi. Non di rado queste situazioni creavano forti tensioni, che a volte sono sfociate in aperte zuffe tra musicanti e non. Nelle feste minori dei paesi limitrofi dominava invece la curiosa figura di Steppì, col suo complessino di tamburi, cassa e piatti. Si trattava di un personaggio originale, dotato di talento artistico, che con i compagni percorreva le vie dei paesi sfoderando il suo estro musicale ed esibendosi in balli e mimi. Tra i giochi più praticati durante le feste, c’erano la morra, le bocce, “scoccia pignatte”, il tiro alla fune, qualche corsa ciclistica (il partigiano Venagrandese Francesco Ciotti è ricordato come un bravo corridore) e, più tardi, il gioco delle carte (fine anni ’50).

Le gare e i giochi erano il luogo dove si esprimeva la naturale competitività delle 3 contrade d’allora: la Vena (dalla Piazzetta alla Priora), lu Monte e li Castagnetera (piazza Carbone e dintorni). Sull’Ara (allora disabitata), dove si fermavano i “postali”, si organizzava la “gara dell’organetta” e si ballava “lu saltarielle”. Venagrande in quei giorni si riempiva di gente dalle frazioni vicine, che allora pullulavano anch’esse di abitanti, si invitavano parenti e amici, “s’ammazzava lu pulle e lu cunille” per creare un’atmosfera di festa, le famiglie allargate si ricomponevano numerose intorno ai loro anziani e si pranzava insieme in allegria. Durante la festa ci si permetteva di comprare anche un po’ di frutta e ortaggi (a quel tempo c’era poco spazio per frutta e verdura, perché si dava priorità alle colture più necessarie o redditizie: patate, granoturco, grano, canapa, viti e ulivi). Anche l’ordine e la pulizia erano dei segni importanti. Nei giorni che precedevano la festa si passava a potare le siepi di biancospino (di cui oggi rimane ancora qualcosa), che da “lu Reppeture” scendevano verso “l’Ara” e si toglieva l’erba dal selciato. Tutto era lustro e si tirava fuori il vestito della festa.

Per quanto riguarda l’organizzazione, era il prete che si occupava di incaricare 1 o 2 famiglie, scelte prevalentemente tra quelle più prestigiose e benestanti, in modo che queste potessero godere della fiducia dei cittadini. “E’ state recacciate li festaruole”, si diceva. Poi si passava per “l’accatto” in tutti i villaggi limitrofi e si raccoglievano vari generi alimentari che poi si sarebbero venduti per ricavarne dei fondi. Si raccoglieva prevalentemente a mano e qualche anziano ricorda di aver portato da Polesio fino a 60 chili di grano in spalla. “Na vodda se penava”, commenta qualcuno con una nota di tristezza, “nen ce stava i quatrì, però a gente era più umana …”

PS. Quest’articolo è stato realizzato grazie al contributo di Bachetti Pietro e Giulia e di Mosca Filippo.