P. Francesco Marini


Francesco Marini è nato a Venagrande (Ascoli P) il 19 settembre 1940. Dopo aver trascorso i primi anni al seminario diocesano, entra nella congregazione dei missionari saveriani. Studia teologia a Roma durante gli anni del Concilio e insegna teologia dogmatica a Parma. Nel 1976 parte per l'Indonesia come missionario, dove lavora nell'isola di Sumatra. Nel 1983 viene richiamato a Roma e dal 1989 al 2001 ricopre l'incarico di Superiore Generale della congregazione. Dopo un breve periodo in Spagna e Messico, nel 2003 riparte per l'Indonesia, dove attualmente lavora in una parrocchia di Jakarta, nell'isola di Giava. Il 20 luglio 2009, p. Francesco Marini ha raccontato la sua esperienza di missionario in un incontro organizzato dal centro missionario diocesano, presso la parrocchia di SS. Pietro e Paolo.


Don Stanislao





Santuario di Lichen



Intervista a Padre Francesco Marini




P. Francesco, come vivi la tua esperienza di missionario in Indonesia?
In Indonesia, viviamo in un contesto in cui l'85% della popolazione si dichiara musulmano e negli ultimi anni si è creato un clima di sospetto nei confronti dei cristiani. Si dice: “i cristiani sono pericolosi, stanno cristianizzando l'Indonesia e noi rischiamo di perdere la nostra identità” Persino l'attività caritativa verso i musulmani è sospetta! Cosa fare allora, in una situazione del genere? Naturalmente, non si può fare attività missionaria diretta, annunciare il vangelo esplicitamente. La cosa che invece si può fare e che facciamo è prenderci cura delle comunità cristiane, perché crescano e diventino esse stesse un punto di riferimento per la società.

Ci puoi descrivere com'è la parrocchia in cui lavori?
Io vivo in una parrocchia alla periferia della capitale, Jakarta, insieme ad altri 2 missionari saveriani e a un prete diocesano. In parrocchia ci sono 13.000 cattolici, su una popolazione di più di 400.000 (il 3%). La parrocchia è divisa in 80 piccole comunità, che con i loro animatori laici, sono sostanzialmente autonome (organizzano la liturgia, la catechesi, le attività di promozione sociale, ecc. facendosi carico di tutta la vita comunitaria) e che noi visitiamo periodicamente. Noi ci occupiamo soprattutto della formazione di questi animatori e di coordinare le iniziative a livello della parrocchia centrale.
E da che cosa si vede il vostro stile “missionario” di guidare questa parrocchia?
Gli indonesiani sono di per sé un popolo molto religioso. Ma la loro religiosità è di tipo popolare o tradizionale, è fatta di spiriti, apparizioni, luoghi e persone con poteri particolari, quello di guarire o di leggere il futuro ... Noi invece cerchiamo di presentare “il vangelo della vita”: Gesù che ci invita a entrare in una relazione speciale col Padre, nella logica della gratuità, in un offerta di “vita piena”, che poi diventa “stile di vita” e testimonianza per tutti. Questo richiede un grande cambiamento, difficile da realizzare. Eppure ogni anno ci sono circa 80 persone che chiedono di entrare nelle nostre comunità In tutta Jakarta, 8.000 adulti diventano cattolici ogni anno, nonostante non ci sia opera missionaria diretta. È la comunità cristiana che “evangelizza” con il suo stesso essere.
Abbiamo sentito in questi giorni degli attentati a Jakarta. Com'è la situazione relativamente al terrorismo islamico?
Dal 1998 in Indonesia abbiamo un sistema politico realmente democratico. Gradualmente però si sono diffusi anche dei gruppi di fondamentalisti, che vorrebbero introdurre nel paese la legge islamica. La maggior parte è contraria a ciò, ma questi gruppi minoritari sono molto rumorosi, a volte cercano di forzare le cose e comunque creano un certo clima di tensione e instabilità. Ad esempio, in una parrocchia vicina, da anni non riescono a ottenere il permesso di costruire una chiesa e allora si ritrovavano in una scuola a pregare. Uno di questi gruppi si è presentato, dicendo che la scuola non era un luogo autorizzato per il culto e perciò non potevano più continuare a pregare lì. Così si sono dovuti rassegnare a ritrovarsi nelle loro case private e il problema rimane irrisolto.
Ma, se l'ambiente è così ostile, cosa spinge gli indonesiani a diventare cristiani?
Alcuni diventano cristiani per motivi familiari, soprattutto quando c'è un matrimonio cristiano-musulmano (ma in alcuni casi succede anche il contrario). Altri sono attratti dal senso della comunità, da come i cristiani vivono l'unità, il servizio, l'onestà. Altri ancora dicono di essere colpiti dalla liturgia, dal senso di pace e di raccoglimento. Anche se ormai molti giovani si sentono più attirati dalle liturgie vivaci delle sette, con ritmi, tamburi e chitarre.
E noi in Italia? Cosa possiamo fare, secondo te, in prospettiva “missionaria”?
Una comunità cristiana deve tenere in equilibrio due aspetti molto importanti, quello centrato sull'identità e quello sull'apertura. È come quando respiriamo: non si può solo inspirare o solo espirare, ma la vita risulta dal gioco del ritmico alternarsi di questi due momenti. Il gruppo missionario dovrebbe avere lo scopo di ricordare alla comunità di rimanere aperta, per evitare di morire di asfissia. Innanzitutto, aperta in relazione al contesto locale: le persone, la società, la cultura, le problematiche del posto in cui vive. E poi aperta anche verso il mondo intero, tanto più oggi, che viviamo nell'era della globalizzazione.
In definitiva, cosa possiamo imparare, secondo te, dalla chiesa indonesiana?
Forse due cose principalmente. Innanzitutto l'unità e la solidarietà, specialmente delle piccole comunità guidate dai loro animatori laici. Si vive un grande senso di unione e di forte identità, tipico delle chiese di minoranza, e i cattolici godono generalmente di una buona reputazione. Poi, la ricerca di interiorità e di pace, che contraddistingue tutta l'Asia. Gli indonesiani sono profondamente attratti dalla spiritualità.
Annibale Marini

Intervista a Don Stanislao


1) DA DOVE VIENE E COME SI CHIAMA LA SUA PARROCCHIA?
Vengo dalla città di Lichen ,e la mia parrocchia si chiama Santa Dorotea; fa parte del Santuario “Madre di Dio” di Lichen che in polacco è PAPAFIA SW DERETY SANXTUAZIUM MATKI BEZE LICHENSKIE.
2) CI PARLI UN PO’ DI LEI …
Nel 2000, appena ordinato, sono stato mandato nel Santuario “Madre di Dio” dove sono entrato a far parte della Congregazione dei Padri Mariani. Il mio compito era quello di insegnare il catechismo ai bambini nelle scuole. Dopo 2 anni ho ricevuto un incarico dal vicario parrocchiale di codesta parrocchia, diventando così parroco del Santuario.
3) COM’E’ STRUTTURATA LA SUA PARROCCHIA?
L’ordinamento parrocchiale è costituito da tre vice-parroci che si occupano di fornire assistenza per risolvere i problemi di bambini, ragazzi e giovani mentre il parroco principale cerca di sostenere e aiutare la fede di adulti e anziani. Il nostro Consiglio Pastorale, è formato da 10 persone, ed è a capo dell’ Associazione del Santo Rosario. Quest’ultima è divisa in 20 gruppi, aventi circa 20 persone ciascuno; ogni gruppo cerca di risolvere, nel proprio campo, i bisogni della Comunità. Nella nostra parrocchia sono presenti 2 gruppi di cantori: · Un coro maschile chiamato “VIRTUS DEI” con 26 professionisti musicali accompagnato dall’orchestra parrocchiale; · Un coro di 60 bambini chiamato “AURORA”. Inoltre ci sono 84 chierichetti distinti in 3 categorie: · i lettori, vale a dire un gruppo di ragazzi delle scuole superiori e delle università; · i giovani delle scuole elementari e medie; · e 6 candidati a diventare chierichetti.
4) I GIOVANI COME S’INTERESSANO DELLA VITA PARROCCHIALE?
I nostri giovani hanno pensato d’istituire un gruppo chiamato “EMMANUEL” dove riunirsi e confrontarsi; sono circa 38 persone e hanno collaborato per mettere su un loro sito con lo scopo di essere sempre più vicini alla parrocchia. Il sito è www.emmanuel.lichen.pl Un altro gruppo parrocchiale è il centro pomeridiano per i bambini con l’intento di aiutare i bambini a svolgere i compiti scolastici.
5) PER QUALE MOTIVO E’ VENUTO QUI?
Per trascorrere le vacanze e per conoscere la cultura italiana. Sono stato molto contento della partecipazione della parrocchia, soprattutto quando nell’ottavario dei morti la chiesa era colma di gente. Sono rimasto sorpreso della mancanza di strutture parrocchiali, di una canonica, e della precarietà delle chiese. In Polonia non si può usufruire di una struttura parrocchiale non adeguata. Sono meravigliato della realtà italiana come quella di un piccolo paese inoltre pensavo che ogni chiesa fosse grande come quella di Roma e Padova.
6) COSA HA TROVATO QUI ?
Pensavo di trovare un parroco severo, invece ho trovato un “angelo”.
7) COME SONO LE PERSONE?
Ho apprezzato molto l’accoglienza della gente, che mi salutava sempre e ovunque poiché in Polonia la gente è un po’ fredda nei rapporti con gli altri. Nonostante il problema della lingua, hanno cercato sempre un contatto con me. Tante volte sono stato invitato a pranzo, - siete così ospitali, aperti, e calorosi,che alla fine si fa fatica a prendere sonno per la quantità di cibo che mi avete offerto- mi piace cucinare italiano in particolare adoro tutti i tipi di pasta e verdura e la qualità del vino. Spero che il culto della nostra Madonna del Santuario di Lichen giunga nel culto religioso di Venagrande. Spero anche che i parrocchiani di questo paese saranno accolti allo stesso modo nella mia parrocchia.

Valeria Nepi