La canapa racconta … storie di ieri e di oggi



Il materiale di questi articoli è tratto da interviste condotte tra alcune persone anziane di Venagrande, tra cui Giulia e Pietro Bachetti. Un ringraziamento particolare a Mosca Filippo, per la sua preziosa collaborazione. Si è inoltre consultato “C’era una volta la canapa” in La Nuova Ecologia, maggio 2002, p. 75 ed alcuni siti: www.canapa.com ed www.canapa.4net.com ecc.


Chi sa oggi cosa è la canapa? Qual è la forma di questa pianta, quanto cresce in altezza o per cosa può essere utilizzata? È molto probabile che non ci sia nessuno sotto i 40 – 45 anni che possa dire di ricordare di aver mai neppure visto la pianta della canapa. Eppure, forse nessun’altra coltivazione ha così profondamente influenzato le tradizioni delle nostre zone, determinandone i ritmi di vita e la cultura. Basti pensare che fino agli anni ’50 la canapa era di gran lunga la prima coltura per estensione nelle fresche valli intorno a Venagrande (e presumibilmente in tutte le valli interne dell’entroterra collinare Piceno), surclassando persino il grano, che era per lo più relegato alle colline argillose del circondario. Di questa fiorente coltivazione restano ancora oggi alcune tracce nel paesaggio locale: le vasche di macerazione (vurghe o urv), molte delle quali sono ancora visibili nelle vallate della nostra campagna. Nell’elenco dei toponimi dialettali di Venagrande e frazioni limitrofe, realizzato dall’associazione Vena Carpignana, sono riportati ben 20 vurghe! Il più conosciuto era senz’altro il famoso vurghe de Magghye, nei pressi dell’attuale campo sportivo.

Quali erano dunque i motivi che hanno portato alla grande affermazione di questa coltura? Cos’è che spingeva i contadini a dare tanto spazio a questa pianta, persino a scapito di prodotti che avrebbero certamente assicurato un’alimentazione più sana e sostanziosa in un tempo di gravi ristrettezze? E soprattutto cos’è che ha portato all’improvviso declino della canapa, cancellando così un patrimonio di tradizioni forse ormai secolare e provocando una vera e propria “rivoluzione culturale” nel paesaggio rurale del Piceno? Sono alcuni degli interrogativi che cercheremo di toccare in queste righe.

La canapa è una pianta erbacea eretta annuale che appartiene alla famiglia delle Cannabacee e all’ordine delle Urticali (stesso ordine dell’ortica, gelso, fico, ecc.). Essa si può suddividere in 2 sottospecie principali: cannabis sativa (quella diffusa in Italia e nel Mediterraneo per la produzione di fibra) e cannabis indica (tipica dei paesi caldi e particolarmente ricca di un principio attivo, il tetraidrocannabinolo [THC], da cui si ricavano droghe, come la marijuana). La canapa è una coltura molto redditizia (fino a 80 q per ettaro), che consente rotazioni agrarie e si adatta ad ogni terreno. Era già coltivata in Cina nel III millennio a. C. e fu importata in Europa dai Traci e dagli Sciti intorno al 1500 a. C. È tenuta. in grande considerazione presso molte religioni (Induisti, Musulmani, Zoroastriani, Scintoisti) ed un’antica tradizione vuole che persino Buddha si sia nutrito con semi di canapa per 6 anni, prima di raggiungere l’illuminazione.

La grande diffusione della canapicoltura in Italia risale comunque senz’altro a tempi più recenti. La canapa si è infatti affermata nel nostro territorio come una coltura commerciale destinata all’esportazione e questo può essere avvenuto soltanto in una fase avanzata dell’era industriale, caratterizzata da un relativo sviluppo dei mercati mondiali. Agli inizi del ‘900, l’Italia figurava come la seconda nazione al mondo per quantità di canapa tessile prodotta, preceduta soltanto dalla Russia. Le regioni dove la canapa ha conosciuto il massimo sviluppo sono state l’Emilia Romagna e la Campania. Tra i maggiori importatori figuravano invece gli Stati Uniti, che si approvvigionavano non solo dal bacino mediterraneo, ma anche dalle Filippine e dal sud-est Asiatico. Durante la seconda guerra mondiale, quando gli USA perdettero il controllo su questi territori, furono costretti a iniziare una “produzione domestica”, non senza qualche difficoltà.

Il ciclo di produzione della canapa iniziava in agosto, con la semina del “verde” (favino, veccia, ecc.) a mo’ di preparazione del terreno. Nella primavera successiva, si zappava e si ricopriva il “verde” sotto terra, che oltre ad essere un fertilizzante serviva a mantenere “fresco” il terreno. Poi si seminava la canapa (da cui il proverbio: “San Yeseppe [19-03] ia canneva recheperta, ia ‘Nenziata [25-03] ia canneva nata), che era particolarmente redditizia lungo le vallate più fresche (Caciano, Valle Carpignana, Valle Cita, e giù nella vallata che scende fino a Cignano). Prima che la canapa nascesse, si cospargeva il terreno (ia cannavina) con la cianammide, composto azotato fertilizzante proveniente dagli stabilimenti della Sice, una polvere nera molto sgradevole da maneggiare. Verso la fine di giugno, quando le piante raggiungevano ormai oltre i 2 mt di altezza, iniziava la “carpitura”.
Carpì ia canneva era la prima grande fatica, in quanto bisognava stringere le piante molto fortemente per evitare che alla lunga le mani venissero ferite dalla frizione continua (la canapa ha un rivestimento molto ruvido e “rasposo”). Man mano che veniva sradicata si formavano dei fasci (vracciate), che venivano legati e distesi al sole in modo sovrapposto, quasi a formare una catena. Successivamente, si recidevano le radici su u cippe, si faceva scorrere il legaccio verso la base e si distendeva una seconda volta a mo’ di ventaglio, per essere essiccata. Questa era una fase molto delicata perché era importante che la canapa non si bagnasse con la pioggia, che la avrebbe macchiata e fatta deprezzare (s’attegnisce). In caso di temporali estivi, i contadini si precipitavano al campo (u cannavare), a qualunque ora, e raccoglievano in fretta le vracciate, accatastandole a piramide sotto i capanne (alberi di acero campestre, potati a mo’ di ombrello rovesciato e usati nella viticoltura).

Se non pioveva, 1 settimana era sufficiente per portare a termine l’essiccazione. Si procedeva allora a massaggiare energicamente le vracciate, sfregandole sul terreno con entrambe le mani e gli avambracci, in modo da far cadere le foglie. Scuterà ia canneva era un lavoro molto duro, da realizzare sotto la sferza del sole cocente e col pulviscolo (ia rucia) che bruciava sulla pelle bagnata di sudore.
Dopo, si apponeva alle vracciate un secondo legaccio di vella (ia revellatura). A questo punto le vracciate erano pronte per essere immerse nei maceratoi (vurghe). Nelle stagioni favorevoli, l’immersione poteva già iniziare a luglio: si trasportavano le vracciate alla vasca più vicina e si deponevano sul fondo in una serie di strati. Alla sommità veniva messo u picce (canapa di qualità inferiore, che non aveva raggiunto la massima altezza ed era rimasta all’ombra) con sopra delle pietre pesanti, per tenere tutti i fasci pressati e ben immersi nell’acqua.

Terminata la macerazione, bisognava “lavare” la canapa: rimanendo immersi nell’acqua, una vracciata per volta, si prendeva una piccola quantità tra una mano e l’altra e si sfregava energicamente. Quest’operazione aveva lo scopo di staccare ulteriormente la fibra dall’anima legnosa (u cannaucce), oltreché pulire la pianta dalle parti deperibili (ia rucia). Poi bisognava recuperare i fasci pesantissimi, intrisi d’acqua, e trasportarli in qualche campo circostante (u spasure) per un’ulteriore essiccazione. U vurghe era di solito in comproprietà: c’erano dei picchetti sull’acqua che delimitavano lo spazio che ciascuno aveva per sé. È da notare che i proprietari dei vurghe avevano naturalmente la precedenza nell’immergere la propria canapa, e gli altri dovevano aspettare che questi avessero terminato per poi richiedere l’affitto o il prestito.
Tutto ciò comportava anche dei notevoli ritardi che poi si ripercuotevano sulla qualità del prodotto. Inoltrandosi nella stagione autunnale (a volte si andava avanti con la macerazione anche fino a ottobre inoltrato), l’essiccazione e la successiva maciullazione diventavano sempre più difficili, per non parlare della maggiore probabilità di pioggia che avrebbe causato notevoli problemi.
Dopo la seconda essiccazione, occorreva trasportare i vracciate nei luoghi di maciullazione: dalle basse vallate dove la canapa era coltivata e macerata alle “are”, generalmente collocate in alto presso le abitazioni. Qui si faceva ia mentecchia della canapa e iniziava la fase della reppetura, quanne se yava a roppe ia canneva. L’operazione aveva lo scopo di rimuovere tutta la parte legnosa dalla fibra e per questo si utilizzavano 2 strumenti: ia macingula e ia cioccula. Roppe ia canneva era forse in assoluto il lavoro più faticoso del contadino: i vracciate venivano fatte passare nella macingula e venivano sminuzzate, battendo con un braccio e scrollandole con l’altro. Questo lavoro si faceva in piedi e iniziava anche alle 2,00 o 3,00 di notte per terminare al tramonto. Li reppeture (quelli che battevano con la macingula) venivano pagati abbastanza bene (rispetto ad altri lavori) e ci si prendeva cura che in quei giorni non mancasse il vino cotto e persino un po’ di carne. Spesso per l’occasione si ammazzava un pollo, un coniglio o si cominciava il prosciutto.

Se la canapa non aveva raggiunto la piena maturazione o non era stata ben essiccata e ben “lavata” o non era asciutta al momento della battitura, ia reppetura diventava un lavoro estremamente penoso. Ia cioccula era invece uno strumento più leggero e serviva ad eliminare gli ulteriori residui della parte legnosa (ia rischia). Dopo ia ciocculatura si procedeva alla mballatura, che consisteva nell’unire le vracciate, ormai ridotte a fibra, in fasci più grandi. Infine, si portavano le balle “all’ammasso canapa”, dove il prodotto era valutato e pagato.

A questo punto si chiudeva il ciclo di produzione e iniziava il più leggero, ma non meno elaborato, processo di raffinazione e lavorazione della canapa. Una parte molto esigua del prodotto veniva infatti trattenuta ad “uso locale” e portata ai “canapini”. Dapprima c’era la pettinatura, che veniva eseguita con pettini d’acciaio: i canapini facevano dei tranci di circa 1 mt e ricavavano 4 livelli di qualità di fibra: u nuocchie, u stuppera, ia rascelenia, e u tuoppe. Successivamente si procedeva con la filatura, realizzata dalle donne per mezzo de ia cunocchia e u fuse, per ottenere un filamento unico. Quindi si passava alla tessitura al telaio. I tessuti venivano poi candeggiati con una tecnica particolare. Nelle giornate di bel tempo, se yava a curà u panne: il tessuto veniva portato lungo il fiume ed era ripetutamente immerso e lasciato asciugare al sole (anche fino a 10 volte al giorno e per più giorni consecutivi), finché non avesse raggiunto l’imbiancatura desiderata. Infine, si procedeva alla confezione del prodotto finito (preceduta talvolta anche dalla tintura). Il tessuto di canapa era utilizzato per la produzione di cordami, materassi, balle, lenzuola, asciugamani, ecc. Ia biancarié ricopriva anche un’importante funzione sociale, in quanto serviva, in vista del matrimonio, per la preparazione della “dote” delle giovani donne.
È inevitabile a questo punto la domanda: cos’è che spingeva i contadini a sacrificare tanta parte della loro terra e ad intraprendere tali lunghe ed estenuanti fatiche per un prodotto destinato quasi esclusivamente all’esportazione? Perché era più conveniente produrre per un mercato estero piuttosto che realizzare prodotti richiesti dal mercato locale e di più impellente necessità per i bisogni della popolazione? In un’economia agricola a scarsa circolazione di moneta era estremamente difficile accumulare capitale. I beni e i servizi venivano scambiati a prezzi molto bassi e spesso si ricorreva persino al baratto (si scambiava un servizio o un prodotto per un altro) o a forme di cooperazione e solidarietà diffusa (lavoro nei campi in comune, scambio di servizi tra parentela e vicinato) per venire incontro alle necessità. D’altra parte, siccome non era possibile immagazzinare e conservare a lungo i prodotti e non c’erano sistemi strutturati di sicurezza sociale, accumulare capitale, sia pure esiguo, era un modo molto importante per mettersi al riparo dagli imprevisti del futuro (disgrazie, malattie, ecc.), oltreché essere un mezzo per avanzare sulla scala sociale (si comprava un campo più grande, ecc.). Tra i pochi modi per “guadagnare il soldo”, la coltura della canapa era probabilmente la più redditizia e la più praticabile su scala familiare, nonostante i grandi sacrifici che essa comportava.

Altre pratiche rilevanti erano anche la coltura del baco da seta (anch’essa probabilmente destinata all’esportazione, ma doveva essere fatta attraverso la mediazione di stabilimenti) e, durante il breve periodo della guerra, la raccolta delle radici della vella (sarebbe interessante indagare sull’utilizzo che se ne faceva). Per il resto, il soldo si guadagnava attraverso la coltivazione di frutta (pere, mele, ciliegie) di cui si organizzavano raccolte sistematiche (durante l’estate venivano dei camion in paese) ed altre attività di mercato spicciolo (polli, uova o anche, durante le fiere, agnelli, maiali, vitelli). Tuttavia, poiché la canapa era per lo più esportata verso paesi economicamente più forti, la redditività di questa coltura era comparabilmente più alta rispetto ai prodotti destinati al mercato locale. Questo, c’è da supporre, è il motivo per cui i contadini sottraevano terreno ed energie ai loro bisogni per dedicarle ad un prodotto di esportazione.
Il legame commerciale con economie più avanzate ha fatto la fortuna della canapa, ma ha anche determinato una grave dipendenza dei produttori nei confronti di queste stesse economie, che stabilivano i prezzi e i ritmi di produzione. Così, quando negli anni ’50 i mercati mondiali si orientarono verso prodotti alternativi, come la juta, il sisal e i sintetici derivati dal petrolio, il declino della canapa fu decretato irrimediabilmente. Per fortuna, a quel tempo l’economia italiana aveva già diversificato le sue fonti di reddito e poté reggere il duro colpo senza gravi conseguenze (non altrettanto si può dire dei tanti contadini e artigiani che si erano “specializzati” nel settore, come canapini, “cordari”, filatrici, tessitrici, ecc.).

Un processo analogo avviene oggi nella maggior parte dei paesi del Sud del mondo, le cui economie rimangono però gravemente dipendenti da pochi prodotti agricoli destinati all’esportazione verso paesi industrializzati. Per di più, come nel caso della canapa dei nostri nonni, questi prodotti sottraggono alle popolazioni locali risorse vitali che vengono messe a disposizione dei cittadini del Nord. Si crea così il paradosso che i contadini del Sud non possono coltivare riso perché le loro risorse (terra, acqua, lavoro e capitale) sono destinate alla produzione di caffè, tè, canna da zucchero, banane e quant’altro, per rendere più ricche le mense del Nord. Nei nostri jeans, nelle nostre magliette c’è ancora oggi il lavoro di intere generazioni, che per pochi spiccioli nascono e muoiono nelle piantagioni di cotone. Forse “riappropriarci” della storia della canapa e dei nostri nonni potrebbe aiutarci ad avere più considerazione del tanto lavoro “svenduto” di cui sono fatti i nostri indumenti.
Un’ultima considerazione per completare la storia. Sembra che si stiano oggi creando le premesse per un rilancio della produzione della canapa sui mercati mondiali.
Oltre al tradizionale impiego nell’industria tessile (cordami, sacchi, stuoie, lenzuola, tovaglie, abbigliamento estivo, ecc.), la canapa si impone oggi per il suo elevato valore ecologico e il suo utilizzo in settori nuovi ed “alternativi”. Si parla di solventi naturali per le vernici, carburante a emissioni inquinanti nulle, volanti, sedili, cruscotti per le autovetture, materiali edili alternativi al cemento, semi per l’alimentazione, olio, sostanze medicinali, energia, fertilizzanti per il terreno, carta, cellulosa, ecc., il tutto per un mercato potenziale di oltre 150 milioni di euro! La canapa offre grandi potenzialità, oltreché per la sua grande resa, per il fatto che non richiede l’uso di pesticidi o erbicidi e per la sua caratteristica di essere utilizzabile in maniera completa, senza sprechi. Prepariamoci dunque al grande ritorno, forse varrebbe la pena di ripescare qualche vecchia macingula!

Annibale Marini


Alla riscoperta delle antiche tradizioni




Uno dei più antichi lavatoi pubblici di Venagrande è situato non lontano da Via dell’Ipogeo, meglio conosciuta con il nome locale di “strada di sotto”. Tuttavia la strada di accesso originaria della “Fonte di Ceruole”- questo è il nome dialettale dell’antico lavatoio - è quella comunale che parte dall’Aia e, passando di fronte alla casa di Marcello Travaglini, scende diritta fino all’inizio della grande piana sottostante, dove ha inizio la Valle Caciano. Proprio qui, all’inizio della valle è situata la preziosa sorgente, dove un tempo gli abitanti di gran parte del paese andavano ad attingere l’acqua per bere e a lavare i panni nel lavatoio adiacente. La sorgente, tuttora attiva e limpida, da origine al Fosso Caciano che prima di gettarsi nel Torrente Chiaro, attraversa l’omonima verdeggiante valle. In corrispondenza dell’immissione nel torrente sono ancora visibili i ruderi del “Mulino da Piedi”, che è quello ubicato più a valle dei tre mulini del Chiaro, dove la gente si recava per macinare le granaglie. Gli altri due sono chiamati “Mulino di mezzo” e” Mulino da capo”, entrambi ubicati più a monte. Gia da qualche anno l’Associazione Culturale Vena Carpignana era intenzionata al suo recupero e alla sua valorizzazione, visto che il lavatoio versa da tempo in stato di abbandono. La sua bellisima struttura a doppio arco in pietre di travertino, è infatti da tempo ricoperta da vegetazione e rovi, così come la vasca che sta di lato è pure completamente scomparsa alla vista. Finalmente, dopo lunghe trattative con il comune di Ascoli, siamo riusciti a farci rilasciare un’autorizzazione alla sua ripulitura e messa in sicurezza, poiché la strada di accesso e il fontanile con la sua area di rispetto sono di proprietà comunale. Sabato 23/10/10 sono iniziati i lavori di ripulitura del fontanile, come è possibile vedere nelle immagini. Ora siamo in cerca di bravi e volenterosi muratori per la ristruttutrazione delle parti in muratura.



Paticolare prima dei lavori

Fontana dopo gli scavi

Vasca lavatoio